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Spigolature di attualità, politica e religione
12 aprile 2010
Il disastro del Tupolev: un'opportunità per Mosca. Insperata?

 


L’incidente che piace ai russi

lunedì 12 aprile 2010 
di Maurizio De Santis



Resta avvolto nel mistero l’incidente del Tupolev 154 che, sabato mattina, ha azzerato l’élite dirigenziale polacca, diretta a Katyn (per commemorare i 22.000 ufficiali polacchi trucidati dai comunisti staliniani).
Per quanto possa sembrare scontata l’ipotesi (subito comunicata) di un errore umano, è piuttosto facile immaginare che, prima dei prossimi quattro o cinque lustri, sarà piuttosto arduo aspettarsi un minimo di certezza.
Come dicevo, secondo le prime constatazioni, il crash del Tupolev 154 che ha causato la morte del presidente polacco Lech Kaczynski avrebbe cause rapportabili ad un errore umano. Immediata, se non precipitosa, l'ipotesi di un attentato o, comunque, di una manomissione.

A bordo del Tupolev 154, schiantatosi alle 10:50 di sabato scorso, non erano certo presenti mezze figure. Il personaggio più importante è senza dubbio il presidente Lech Kaczynski e la coniuge Maria Kaczynska.  Lech Kaczynski era gemello minore di Jaroslaw Kaczynski, e formava un duetto politico senza precedenti, nato all' epoca dell' opposizione anticomunista clandestina e consolidatosi dopo la caduta del comunismo in Polonia, nel 1989.

I gemelli Kaczynski governarono la Polonia dal luglio 2006 a novembre 2007. Lech come presidente della Repubblica e Jaroslaw in qualità di primo ministro.
Ma i “cadaveri eccellenti” non si esauriscono con il presidente polacco. Lech Kaczynsky, difatti, era accompagnato dal presidente della banca centrale della Polonia (NBP), dal capo di stato maggiore polacco Franciszek Gagor, dal generale Bronislaw Kwiatkowski, capo delle forze operative della Polonia (stato membro della NATO), dai generali Tadeusz Buk (capo dell’esercito), Andrzej Blasik (comandante in capo delle forze aeree), Wojciech Potasinki (responsabile delle forze speciali) ed il viceammiraglio Andrzej Karweta (comandante della marina militare polacca). E, come ciliegina sulla torta, citiamo pure l’ex presidente polacco in esilio a Londra, Ryszard Kaczorowski.
Senza contare il gruppuscolo di deputati e notabili che ingrossavano la pattuglia degli 85 membri della delegazione polacca.
Ciò che appare davvero sorprendente è come l'aereo presidenziale fosse, per la maggior parte dei polacchi, oggetto ricorrente di scherzi, tanto guasti e problemi tecnici erano frequenti.
Il 22 gennaio scorso, un caricaturista della stampa polacca ne aveva tratto una curiosa vignetta, raffigurante l’intero staff presidenziale impegnato a spingere un catorcio volante, pur di farlo decollare…

Di qui a caldeggiare la tesi dell'incidente, il passo è davvero agevole.
Ma alcuni analisti polacchi non hanno mancato di rilevare come la pessima reputazione del Tupolev 154 possa costituire una copertura ideale per un sabotaggio.
E non saranno certo gli oltre 40 esperti inviati, in precipitosa rinfusa, da Vladimir Putin, a poter confermare la tesi dell’incidente.
Dove, secondo la versione dei controllori russi, i piloti dell’aereo presidenziale, improvvisamente imbolsiti, magari inesperti di nebbia (sapete, in Polonia brilla un sole, che neanche a Papeete), avrebbero preso ad approcciare la pista alla maniera di un Piper privato qualunque, salvo poi “scappucciare” l’immancabile abete e finire arrostiti con tutto il gotha governativo polacco.

Resta un fatto inconfutabile. Che questo incidente (?) offre a Vladimir Putin la ghiotta possibilità di interferire negli affari interni polacchi. Dove, va ricordato, sia Jaroslaw Kaczynski, sia il presidente della dieta, camera bassa del Parlamento polacco, Bronislaw Komorowski, che il primo ministro Donald Tusk non sembrano più al riparo da un regolamento di conti politico che, c’è da crederci, non mancherà di avere ripercussioni anche all’interno della NATO.




permalink | inviato da KRITIKON il 12/4/2010 alle 5:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
1 aprile 2010
Da Ginevra, un'altra "sberla" alla libertà d'opinione

 

Ginevra, approvata la risoluzione contro la diffamazione delle religioni

di Maurizio De Santis
giovedì 01 aprile 2010




Alla fine, dunque, la lobby oscurantista ce l’ha fatta.
Il Consiglio dei diritti dell’Uomo di Ginevra ha approvato una risoluzione contro la diffamazione delle religioni, presentata illo tempore dall'Organizzazione della Conferenza Islamica (OCI), per iniziativa del Pakistan (paese dove la libertà religiosa eccelle a livelli di basso medioevo).
Una risoluzione adottata con risicata maggioranza, nel formare la quale sono stati decisivi proprio i paesi dell’OCI e del gruppo africano (20 voti).
A fronte dello schieramento clerical-medievalista, hanno fatto risicato muro l'Unione europea, gli Stati Uniti ed alcuni paesi latino-americani, finalmente decisi a passare dall’astensionismo al “no” (17 voti).
Determinanti, invece, le solite astensioni dei paesi “altermondisti” (ben 8), linfa di un movimento di non allineati che, nel concreto, fa molti più danni di quanto si possa immaginare.
Assume particolare rilievo il fatto che, un intero paragrafo del testo approvato, fa esplicito riferimento al freschissimo divieto elvetico dei minareti, classificandolo come una chiara manifestazione di islamofobìa.
Un chiaro “scappellotto” comminato all’elettorato svizzero, il quale in futuro dovrà evidentemente sentirsi democratico, ma solo se votasse nella direzione gradita alla potentissima OCI.
Giunge dunque piuttosto dissonante il commento rilasciato da Julie Gromellon, responsabile della Federazione Internazionale della Lega dei diritti dell'uomo (FIDH), una ONG estremamente attiva nella lotta per l’eliminazione del ricorrente concetto di “diffamazione delle religioni” dalle varie risoluzioni dell'ONU. Che ha avuto l’ardire di classificare detta risoluzione come un buon risultato di compromesso.
Ma compromesso su cosa?
Ha un bel cantare, la signora Gromellon, quando dovrebbe rendersi piuttosto conto che il paragrafo che condanna il (democratico) voto referendario elvetico, rappresenta un avvertimento da parte dell’OCI ai paesi occidentali, segnatamente quelli europei.
Sin dal suo primo utilizzo, il termine “diffamazione delle religioni”, rappresenta un’arma che sovente i paesi a maggioranza islamica amano brandire senza molto ritegno, trasformandola in moneta di scambio nelle più disparate trattative.
Ed è indubbio che, anche in questa occasione, l’OCI abbia dato il meglio di se per alzare la posta. Lo stesso ambasciatore del Senegal, Babacar Ba, (egli stesso rappresentante dell’OCI a Ginevra), ha candidamente confermato che il paragrafo in questione è stato voluto dalla Conferenza Islamica, con il fine di stigmatizzare il voto popolare svizzero.
Ora, anche se le risoluzioni votate in seno al Consiglio dei diritti dell'uomo non hanno capacità costrittiva, è innegabile che esse producono conseguenze diplomatiche sensibili.
Ma nel marasma delle organizzazioni sinistrorse europoidi, così sollecite e presenti nel criticare (a ragion veduta o meno), le istituzioni clericali cristiane (cattoliche e non), manca la lucidità per riuscire a comprendere come fermare questo pernicioso concetto islamico dal sapore neanche tanto vagamente “da santa inquisizione”.
Tanto che c’è voluto un arabo musulmano per suonare la sveglia.
Hossam Bahgat, direttore esecutivo dell'iniziativa egiziana per i diritti individuali, ha dichiarato senza peli sulla lingua che “il concetto della diffamazione delle religioni è un potentissimo strumento per la restrizione delle libertà sulle questioni religiose e contribuisce a dare una legittimità a qualsiasi tipo d'abuso nel mondo arabo”.
Della serie: chi ha il pane, non ha i denti…




permalink | inviato da KRITIKON il 1/4/2010 alle 20:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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11/09/2001